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Produrre più gas e petrolio in Italia può rafforzare la nostra resilienza energetica

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Il Governo ha approvato nuove misure per accelerare autorizzazioni, concessioni e progetti destinati ad aumentare la produzione nazionale di idrocarburi.

È una scelta che merita di essere analizzata senza ridurla alla solita contrapposizione tra “trivelle sì” e “trivelle no”.

L’Italia produce ogni anno circa 3 miliardi di metri cubi di gas: soltanto una piccola parte rispetto al proprio fabbisogno. Incrementare questa quota può ridurre, almeno in parte, l’esposizione alle crisi internazionali e alle interruzioni delle forniture.

Ma credo sia necessario evitare un automatismo: più produzione nazionale non significa necessariamente prezzi sensibilmente più bassi per famiglie e imprese.

Il prezzo del gas continua infatti a formarsi all’interno di un mercato europeo, risentendo della domanda, delle disponibilità di GNL, dei flussi internazionali, delle infrastrutture e delle tensioni geopolitiche.

La vera sicurezza energetica, secondo me, nasce dalla capacità di non dipendere eccessivamente da una sola fonte, da un solo Paese o da una sola tecnologia.

Per questo serve una strategia integrata:

• produzione nazionale, dove tecnicamente ed economicamente sostenibile;

• diversificazione degli approvvigionamenti;

• sviluppo delle fonti rinnovabili;

• potenziamento delle reti e degli accumuli;

• efficienza energetica e riduzione strutturale dei consumi;

• pianificazione industriale di lungo periodo.

C’è poi un’altra questione che considero centrale: accelerare le procedure non può significare indebolire le valutazioni ambientali, la partecipazione dei territori o la certezza del diritto.

Un’autorizzazione più veloce è utile quando nasce da regole chiare, amministrazioni competenti e responsabilità definite. Se invece l’accelerazione produce conflitti istituzionali, opposizioni locali e contenziosi, il risultato rischia di essere esattamente l’opposto: opere ferme e investimenti bloccati.

La sicurezza energetica non è soltanto una questione di quantità disponibili. È anche qualità delle decisioni pubbliche, stabilità normativa, adeguatezza delle infrastrutture e capacità di proteggere cittadini e imprese dagli shock esterni.

Il punto, quindi, non dovrebbe essere scegliere tra sicurezza energetica e transizione.

Il punto è costruire una transizione energetica che sia anche sicura, industrialmente credibile e territorialmente sostenibile.

Questa, per me, è la vera sfida.

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Articolo originariamente pubblicato da Rossella Di Grazia su Substack.

Rossella di Grazia

Esperta di Bill Audit ed amministratrice unica della ESB Consulting.